Capaci, la strage e quel summit 007-Boss

   

Il pentito Armando Palmeri svela un nuovo particolare che gli riferì Vincenzo Milazzo

capaci

di Aaron Pettinari – 23 maggio 2015

Sono le 17.58, l’ora del gran botto di Capaci. L’autostrada A29 che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci, viene sventrata con 500 chili di tritolo.

Un attentato con un solo obiettivo, uccidere Giovanni Falcone.

Assieme a lui saltano in aria la moglie Francesca Morvillo, i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.

Si salva miracolosamente l’autista di Falcone, Giuseppe Costanza. Quel giorno il giudice aveva deciso di guidare per tornare a casa e così si era accomodato nel sedile posteriore. Si salvano quel giorno anche Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo che viaggiavano su un’altra auto e facevano parte del convoglio.

E’ così che ha avuto luogo “l’Attentatuni”. A 23 anni di distanza sulla strage di Capaci, così come su quella di Borsellino, vi sono ancora grandi misteri da chiarire e sullo sfondo cresce sempre più il convincimento che a volere morti i due magistrati non fu solo Cosa nostra ma anche pezzi deviati dello Stato. L’ultimo racconto è quello del pentito Armando Palmeri, factotum del capomafia di Alcamo Vincenzo Milazzo, ammazzato per vendetta dai corleonesi nel luglio del 1992. Ai pm di Caltanissetta, che si occupano delle stragi (in corso ci sono i processi “Capaci bis” e “Borsellino quater” nati sulle dichiarazioni del pentito di Brancaccio Gaspare Spatuzza), ha riferito di una riunione a cui avrebbe partecipato lo stesso Milazzo, poco prima della strage di Falcone.

“C’era gente dei servizi – gli avrebbe detto al termine della stessa il boss alcamese – Sono dei pazzi, vogliono fare cose da pazzi”. A riferire oggi, giorno in cui tutta Italia celebra la memoria di Falcone, di questo nuovo dato è il quotidiano La Repubblica. Un elemento importante che potrebbe permettere di dare una nuova chiave di lettura sui motivi che hanno portato poi i corleonesi a sbarazzarsi del boss e, dopo appena 48 ore, anche della sua donna, incinta, Antonella Bonomo. Ed è su questi fatti che la Procura guidata da Sergio Lari torna ad indagare con grande attenzione, anche perché la ricerca dei mandanti esterni (o concorrenti esterni come spesso ha specificato lo stesso Procuratore capo nisseno) non si è fermata.

Anello di collegamento
Quella duplice esecuzione, Milazzo prima e Bonomo poi, non è mai stata completamente spiegata nelle motivazioni. Si sa solo che pochi giorni prima della strage di via D’Amelio “amici” e “nemici” di Milazzo si trovarono d’accordo ed in conclave decisero per l’eliminazione.

Milazzo fu attirato con la scusa di una nuova riunione, il 14 luglio 1992, e venne ucciso con uno sparo in testa da Antonino Gioé, uno dei suoi migliori amici. Pochi giorni dopo Gioacchino Calabrò, altro fedelissimo di Riina, contattò la donna in una villetta di Castellammare dove incontrò lo stesso Calabrò, Gioé, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro. “Vide Gioé sulla soglia del villino – ricorda il pentito Gioacchino La Barbera, anch’egli presente in quel giorno – gli chiese notizia di sua moglie, quindi entrò nella stanza che si trova a sinistra della porta d’ ingresso. E fu strangolata”. Ad ucciderla sarebbe stato lo stesso Matteo Messina Denaro mentre Bagarella avrebbe infierito con numerosi calci sul cadavere della donna. Nel dicembre 1993 La Barbera ha fatto trovare i corpi di Milazzo e della Bonomo, in un anfratto vicino all’autostrada Palermo Mazara del Vallo. Come mai si arrivò ad un gesto così eclatante ed efferato come quello dell’uccisione di una donna incinta? Cosa temevano i mafiosi? Molto probabilmente che potesse svelare i segreti che Milazzo le aveva rivelato. Il capomafia di Alcamo infatti era contrario alle stragi. Ai suoi “picciotti” diceva spesso, dopo la strage di Capaci, che “questa cosa ci porta a sbattere”. E il sospetto è che volesse svelare il piano per uccidere Borsellino. Svelare a chi? Forse ai servizi segreti. Dice sempre La Barbera che la donna fu uccisa perché “si aveva paura che potesse raccontare quanto gli aveva confidato Milazzo, ad un parente nei servizi segreti”. Il pool nisseno, verificando gli elenchi degli appartenenti ai servizi, hanno scoperto che la Bonomo era veramente imparentata con un generale dei carabinieri, ex Sisde ma quest’ultimo avrebbe spiegato di non avere avuto mai contatti con la donna e il suo compagno.

I servizi che tornano
Sui contatto tra servizi segreti, Cosa nostra ed il possibile collegamento con le stragi si indaga ormai da tempo. Diversi spunti d’indagine sono forniti dai pentiti. Gaspare Spatuzza, che con le sue indicazioni ha contribuito a riscrivere parte della storia del biennio stragista, parla apertamente di un uomo “non di Cosa nostra) presente il giorno prima della strage di Borsellino nel garage dove i boss caricavano l’esplosivo sulla 126.

Franco Di Carlo racconta di uomini dei servizi giunti da lui in carcere in Inghilterra per chiedere un “gancio a Cosa nostra con il fine di allontanare Falcone da Palermo”.
Di poteri occulti che volevano morto Falcone parla anche il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè che in una recente deposizione ha detto: “contro Falcone ci fu un adoperarsi a più livelli perché con le inchieste andava a ledere rapporti professionali ed economici importanti, andava a colpire l’intrigo che c’era tra mafia ed organi esterni. Così iniziò una campagna di delegittimazione sia da parte di Cosa nostra, che dal mondo dell’imprenditoria che da quello politico. Anche la massoneria”. E di servizi segreti ha parlato anche l’ex ‘ndranghetista Consolato Villani il quale ha detto di aver appreso da Lo Giudice che “ex esponenti delle forze dell’ordine, appartenenti ai servizi segreti deviati, che un uomo deformato in volto, insieme a una donna avevano avuto un ruolo nelle stragi di Falcone e Borsellino”.

Una descrizione che si avvicinerebbe a quella di “Faccia da mostro”, misterioso uomo dei servizi che tra gli anni ottanta e novanta sarebbe stato visto anche a Fondo Pipitone, regno della storica famiglia dei Galatolo, dove sono stati pianificati diversi omicidi eccellenti. Tracce, per ora, su cui si cercano ulteriori riscontri sperando che non si arrivi ad un’ulteriore archiviazione. A 23 anni di distanza sarebbe anche ora di compiere un altro passo di verità su quegli anni bui.

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