Se abbiamo paura di dire chi siamo

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È il silenzio degli innocenti, più ancora del frastuono dei mitragliatori, ciò che dobbiamo temere. Il silenzio di chi non sa più che cos’è giusto e che cos’è sbagliato, e dunque non riesce più a parlare con chi invece pretende orgogliosamente di saperlo. Sul Corriere di ieri Lorenzo Cremonesi e Mara Gergolet ci hanno raccontato l’incomunicabilità tra questi due mondi osservata in una scuola di Milano, l’Istituto tecnico commerciale Schiaparelli, dove erano stati chiamati a parlare dell’Isis e delle sue origini. Di fronte ai giovani studenti musulmani che rifiutavano di discutere qualsiasi verità sull’Islam che non fosse contenuta nel Corano, perché nel Corano c’è tutta la verità, i giovani italiani tacevano segregandosi a loro volta, magari perché ignari di ciò che è scritto nel Corano, ma forse anche perché dubbiosi su che cosa sia la verità.

Non si può biasimarli. La nostra cultura, i nostri intellettuali, i nostri media, hanno da tempo perso interesse alla verità. Siamo disposti ad accettarne molteplici, spesso contraddittorie, e sempre relative. Mentre a chi cresce in una famiglia islamica viene insegnato che la verità è una ed è rivelata, una volta e per sempre, nel Corano. Al bisogno di senso della vita rispondono con un Assoluto, qualcosa che mal si concilia col dibattito in classe. Rifiutano il terrorismo, ma rifiutano anche di parlarne con noi. I nostri ragazzi rifiutano l’Assoluto, ma non sanno spiegare loro perché.

Pensavamo che la Storia stesse marciando in direzione della secolarizzazione. Invece la modernità ci si presenta densa di un senso religioso che non siamo più in grado di comprendere. Abbiamo paura di affermare che questa è una guerra di religione e che è interna all’Islam, poiché ha ucciso un numero di musulmani incomparabile con quello delle vittime cristiane. Eppure se lo dicessimo riconosceremmo che questa è anche la nostra storia, perché anche noi abbiamo vissuto un secolo di sanguinose guerre di religione tra protestanti e cattolici, proprio come ora avviene tra sunniti e sciiti.

Sarebbe l’ora di parlar chiaro. Invece per timidezza, per timore, le élite culturali cercano goffamente dentro la nostra civiltà qualche buona ragione per cui ci sparano addosso. E del terrorismo islamista danno la colpa all’Occidente, al capitalismo, alla società dei consumi, all’ineguaglianza, alle bidonville, alla povertà (come se chi lotta per l’esistenza avesse tempo per uccidere e morire).

Chissà per quale di questi sensi di colpa, in nome di quale correttezza politica, i vicini di casa della coppia middle class di San Bernardino non hanno denunciato i movimenti sospetti dei musulmani della porta accanto.

Quelli tra noi meno disposti all’autoflagellazione reagiscono all’opposto con la collera, il sentimento che la farà da padrone nelle urne oggi in Francia, e che gonfia ovunque le vele dei movimenti xenofobi. Sognano di isolarli tutti (quaranta milioni di islamici in Europa), e di trasformare l’incomunicabilità in scontro di civiltà, sperando di vincerlo. C’è chi dice che i terroristi cerchino proprio questo effetto. Non ne sono sicuro, ma è meglio non rischiare.

Così, in Italia e in Europa, o taciamo timorosi o urliamo minacciosi. Non si è ancora formata un’opinione pubblica capace di un confronto sincero e dunque fecondo tra le civiltà, in cui si possano difendere le proprie convinzioni perché si conoscono quelle degli altri. Nelle nostre scuole del Dio del Corano non si sa nulla, e del Signore dei Vangeli sempre meno. Cosicché, se ci viene intimato di farci i fatti nostri, obbediamo.

Condizione indispensabile di ogni dialogo è che questo silenzio finisca, che riprendiamo la parola, perché non possiamo intimare quotidianamente alle comunità musulmane di parlare con noi se non siamo in grado di farlo noi stessi, se non abbiamo le certezze necessarie a definire i valori sui quali non siamo disposti a tacere. È questa la guerra culturale che dobbiamo combattere. E la prima trincea è la scuola, l’unico luogo nel quale si può combatterla disarmati.

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