La TV a colori

Quando la vidi a colori mi ricordò la prima volta che avevo visto il mare; gli occhi ti si riempivano subito e ti sembrava tutto così troppo “reale”, troppo colorato come lo è una giornata di sole, come la finestra della tua camera aperta sul cortile. La Tv. Fu allora che le donne tolsero la copertina che allora si usava metterle davanti come una specie di altarino; una sorta di pudore quasi che fosse in grado di spiare la nostra vita.

Fu allora che cominciò a cambiare. La vita. La nostra vita.

Drive In. Cosce, tette, (pocce a Perugia, zinne a Roma, io allora facevo un pò di confusione) culi, culi dentro la prigionia di un “hot pants” troppo stretto. Uno shock. In “quell’altra” tv era ancora vietato dire “mutande”; c’era Zavattini con le sue tribune politiche sonnolente, sembravano studiate al vicariato, Tortora presentava le invenzioni e andreotti riscuoteva il pizzo politico dai salvo (ma chi se li ricorda più?); una bombetta qua e là, una genuflessione al papa, normale, la solita italietta di tutti i giorni. Di là la rivoluzione dei sensi, per scuotere gli italici ventri dormienti, solo per passare un pò di pubblicità per il “pensionato di cuneo” o la “casalinga di voghera” che poteva sperare di somigliare un pò a quelle tettone mostruose o andare alla messa delle sei. Ovviamente scelse di farsi crescere le tette.

Lì non mi era chiaro quanto tutto sarebbe cambiato; pensavamo alle BR alle loro “azioni di fuoco” senza nemmeno porci la domanda se e chi manovrasse i fili, dovevamo oKKupare le scuole, manifestare per il Vietnam, partecipare ai collettivi. Bè, sì le tette piacevano anche a noi ma non potevamo immaginare quanto questo ci sarebbe costato.

Lentamente, come stare su un pendio in una macchina senza freni, lentamente cominciarono tutti a parlare come “l’altra tv”, battute di superficie, concetti depauperati dai contenuti, il calcio come regola di vita, la ricerca del “successo”, una pubblicità incalzante, fastidiosa; cominciò a passare il concetto che più si era stronzi (con gli altri) e più si era “fighi”, le tasse, a che servono le tasse, modelli ameriKani di famigliole felici e spensierate, cazzo che ci vuole ad apparire così?

Fu così che ipotecammo le nostre serate, rincoglioniti a seguire la moda, una battuta, un niente pieno di tutto, davanti un tubo catodico che se non te lo potevi permettere tanto c’era lo special prestito che lo puoi iniziare a pagare tra un anno intanto ti inculo subito.

Man mano che cresceva la consapevolezza di dove stavamo sprofondando, per un pò si sono create sacche di resistenza passive, il mare la pesca, le passeggiate, l’illusione di uno sport pulito, la lettura, Camilleri e chi lo conosceva, forse un senso di appartenenza un pò snob e un pò stronzo, ma poi non ce l’abbiamo più fatta; l’apparire ci ha travolto come una marea di merda e ci ha sommersi coinvolgendo i nostri figli, gli amici che ad un certo punto neanche li riconoscevi più, i gangli vitali di una società (come si diceva allora) che rappresentava punti di riferimento, volatizzati nel nulla. In un tot !!

Non credo si sia reso conto del danno che ha provocato. Non credo sia facile capire il guasto profondo che abbiamo subito in funzione della ricerca dei sogni effimeri, vuoti, inutili, anteponendo l’apparire all’essere per una ricerca smodata e senza regole (liberale come dice lui) del denaro, del potere, oggi direi anche delle tette se vogliamo stare dietro alla cronaca di questi ultimi giorni.

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