Vaccini e sistema immunitario for nibbies

Un vaccino possiede fra le sue componenti uno o più adiuvanti (generalmente sali di alluminio) il cui scopo è quello di indurre una iper-attivazione del sistema immunitario. Questa condizione, innescata artificiosamente, apre la strada all’azione di uno o più antigeni che fanno parte del vaccino.

Questi ultimi attivano il cosiddetto “sistema del complemento” (una trentina di tipi diversi di proteine che interagiscono fra loro e con le membrane cellulari durante gli ingaggi antigene-anticorpi).
A seguito di queste interazioni vengono attivate le cellule del sistema immunitario (monociti, macrofagi, polinucleati, linfociti B e linfociti T) che sono preposte allo scopo di “competere” con gli antigeni vaccinali.

Successivamente alla risposta immunitaria, vengono elaborati gli anticorpi specifici che “ingaggeranno” gli antigeni della patologia.

Così avverrebbe se vi fosse un ingaggio reale con il/i patogeno/i e se il sistema immunitario agisse effettivamente in una condizione di una vera emergenza (si ha solo in questi casi la formazione di una memoria immunitaria persistente nel tempo).

È vero anche che i patogeni, col tempo, possono mutare, adattarsi a delle nuove condizioni del sistema immunitario. In questo modo, cambiano le regole di ingaggio e la partita ha di nuovo inizio.
Nella realtà di una somministrazione di uno o più antigeni vaccinali si simula un’emergenza con cui il sistema immunitario viene “messo in condizione di massimo allarme” senza che effettivamente abbia luogo una risposta immunitaria efficiente ed efficace e senza che si verifichi un’immunocompetenza specifica per quella “emergenza”.

Affermare perciò che un individuo vaccinato prenda una forma leggera della patologia per cui è stato vaccinato è una semplificazione della realtà che si fonda sulle sabbie mobili.
Lo dimostra il fatto stesso che abbiamo ormai scoperto come l’immunità indotta artificialmente necessiti di ripetuti richiami a vita per fare un qualcosa (la difesa immunitaria) di simile a quella che si verifica in condizioni naturali.

A supporto di ciò basti pensare che non esistono studi epidemiologici nella fase post-vaccinale.

Le analisi post-vaccinali, oltre a non certificare in nessun modo l’avvenuta immunizzazione con gli antigeni vaccinali (si pensi all’ampio margine di incertezza offerto dalle analisi stesse) non tengono conto del fatto che gli anticorpi plasmati da un sistema immunitario nella sua interezza dinnanzi all’antigene di un virus/batterio possono essere (anzi sono) cosa profondamente differente da quelli indotti artificialmente e in modo massale da uno o più vaccini.

Nella realtà clinica non esiste -per nessun vaccino- una statistica sugli insuccessi: esiste solo il fallimento vaccinale confermato da coloro che sono stati vaccinati ed hanno contratto la malattia; esiste inoltre un pool di soggetti (no-responder) che non “riconoscono” il “dio vaccino” in quanto non conforme alla straordinaria complessità dell’organismo umano…

Davide Suraci

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