Il peso della fatica

Dignità 

Isabella Viola è morta, undici giorni fa da sola nelle turbolente viscere di Roma.

Il suo cuore è stato spezzato da una vita difficile. Dovevano essere dieci righe in cronaca (giovane donna colpita da malore muore su una banchina della metro A) di quelle che si leggono di mattina distratti dal dilemma del cappuccino (con o senza schiuma?), e invece la sua si è trasformata in una morte che parla all’Italia.

Racconta di un popolo intero, una moltitudine ignota ed ignorata.

Di loro sanno poco i dotti professori di economia, gli accigliati ministri-tecnici sempre pronti a giudicare “gli italiani”, per loro non c’è mai posto nelle poltroncine dei talk-show che al massimo, quando vogliono parlare della “gente” la fanno raccontare da chi non prende una scassattissima metro da secoli.

Sono uomini e donne, bianchi, gialli e neri, che si svegliano all’alba per raggiungere precarissimi posti di lavoro, guadagnano quattro soldi e lottano con mezzi di trasporto affollati, puzzolenti, è una umanità che tira tardi fino a sera lavorando e si porta il panino da casa per risparmiare.

Isabella era una di loro, non sapeva di spread, di Europa, di luci in fondo al tunnel, no, Isabella sapeva solo che a 34 anni doveva conquistarsi la vita a morsi, lo faceva per lei, per il marito, bravo muratore ma disoccupato, e per i suoi quattro figli da crescere.

Ogni mattina sveglia alle quattro, la colazione da preparare per i bambini, il pranzo da avviare, una rassettata veloce alla casa e poi la corsa alla fermata dei bus.

Dal lungomare fino alla piazza di Torvaianica, la ressa per conquistarsi un posto a sedere sul pullman della Cotral tra i volti assonnati delle mille razze che ad ogni alba dalla periferia migrano verso la città eterna: 30 chilometri di viaggio.

Capolinea all’Eur, un’altra corsa alla metro b, fermata a Termini, attraversamento col cuore in gola dell’infinito labirinto che porta alla metro a, ultima fermata a Furio Camillo, e poi a piedi lungo la Tuscolana, in via Nocera Umbra.

Il bar Kelly apre alle sette, a quell’ora devono essere già pronti dolci e cornetti. Così, fino alle sette di sera, lo stesso ritmo, ogni giorno che il padreterno manda in terra, domenica compresa.

Isabella viveva in una casa della periferia di Torvaianica, litorale romano che Ugo Tognazzi scelse negli anni Sessanta per costruirsi una villa.

Portò il bel mondo il grande Ugo in questa fetta di mar Tirreno una volta stretta tra campagne e macchia mediterranea. Tutti a casa di Ugo al torneo di tennis, al più bravo lo scolapasta d’oro.

Di quella epopea è rimasto poco, vecchi alberghi cadenti, stabilimenti che si chiamano ancora “La Bussola”, ristoranti che promettono pesce sempre fresco.

E tanta miseria.

Don Gianni è il parroco della chiesa dell’Immacolata concezione. “Ho celebrato i funerali della povera Isabella, ho visto gli occhi smarriti dei suoi quattro bambini, la disperazione del marito, ma una cosa mi ha colpito e che faccio fatica a descrivere con una parola che non va più di moda: dignità.

Sì, la dignità di questo gruppo familiare unito. Mai una parola fuori posto, mai un chiedere qualcosa.

Isabella non ha retto il peso della fatica”.

Don Gianni e la sua parrocchia hanno messo su un banco alimentare e una casa accoglienza, si occupano di famiglie disagiate, fanno quello che possono in un mare di disperazione. “Ormai da noi non vengono più le famiglie di extracomunitari, da un paio di anni anche famiglie italiane, ci chiedono un aiuto in soldi, un pacco alimentare”.

Settecento euro di affitto, quattro figli da mandare a scuola, il conto dei pochi soldi del suo lavoro e dei lavoretti che di tanto in tanto il marito strappava a qualche cantiere.

Ogni sera: questo per le bollette, quest’altro per l’affitto, tanto per mangiare, il bambino vorrebbe quel giocattolo, non possiamo.

Una sconfitta continua, quotidiana. Che ti mangia il cuore. “Isabella è riservata non racconta mai le sue difficoltà, ma io lo vedevo che stava male”.

Faith, giovane ragazza nigeriana banconista del bar Kelly parla al presente di Isabella. “Ma lo sai che mi ha insegnato a fare i dolci?”.

La signora Ada, edicolante del quartiere dopo una vita ai mercati generali, ha un cuore grande così.

Annarella Magnani l’avrebbe abbracciata e baciata come una sorella.

Ha già raccolto 4mila euro per Isabella e ne sta raccogliendo ancora.

“Ci sono persone che hanno deciso di tassarsi ogni mese per aiutare quei quattro bambini”. No, non è una storia da dieci righe in cronaca, è una storia dell’Italia di oggi.

E forse Isabella si sarebbe commossa di fronte a tanta solidarietà. Lei che affidava i suoi giovani e ingenui pensieri a Facebook. “Una donna il suo gioiello più prezioso non lo indossa, lo mette al mondo“.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 29 novembre 2012)

Fonte

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