Il caso Enrica Lexie ed i due marò

lexie

Fiumi di parole e foto in tutte le salse, tanto da sospettare che dietro la vicenda speculi anche qualche azienda in pubblicità, dall’inizio della vicenda, la politica ed i media italiani, hanno seminato bugie, il solito vittimismo nazionale, ed i comuni commenti razzisti.

Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochi che nei mesi scorsi ha fatto vera informazione sulla vicenda. Vive a Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, riporta notizie dal continente asiatico. Nulla di che, ha solo in parallelo seguito gli sviluppi ed i resoconti italiani ed indiani, approfondendo le notizie ogni volta che le interpretazioni diventavano eccessivamente fantasiose.

La narrazione ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbè, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?

 

Matteo Miavaldi | 07-11-2012

Lo scorso 15 febbraio la petroliera italiana Enrica Lexie viaggiava al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.

Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.

La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.

La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano asseconda invece le richieste delle autorità indiane.

Sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia la notte del 15 febbraio. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.

Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della Central Industrial Security Force indiana – corpo di polizia dedicato alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici – invece che in un normale centro di detenzione.

A sparare furono davvero i marò?

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostenevano invece che i colpi fossero stati esplosi con l’intenzione di uccidere, mostrando 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo dell’Enrica Lexie.

Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: “La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo”.

Il problema della giurisdizione

Lo scontro diplomatico tra India ed Italia inizialmente ha riguardato la giurisdizione nazionale sull’incidente. Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate “rilevazioni satellitari”.

Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.

La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 19 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.

Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta “zona contigua”.

Il diritto marittimo internazionale considera “zona contigua” il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

Archiviato il contenzioso sulla posizione della nave, il nodo della questione ora è squisitamente giuridico ed interessa le leggi alle quali si rifanno la difesa italiana e l’accusa indiana.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano – la petroliera batteva bandiera italiana – e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.

La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.

A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia che all’India.

La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per il prossimo 8 novembre, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.

Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

Update – 18 gennaio 2013

Questa mattina la Corte suprema indiana ha raggiunto un primo verdetto sul caso dei due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
I giudici hanno dichiarato che l’incidente dello scorso febbraio “non è avvenuto in acque territoriali indiane” e quindi lo Stato del Kerala “non ha la giurisdizione” per processare i due soldati italiani.

Ma ha anche respinto il ricorso avanzato dalla difesa italiana, indicando che i due marò non possono godere dell’immunità sovrana, eventualità che avrebbe di fatto accordato automaticamente la giurisdizione all’Italia. Inoltre ha precisato che lo Stato centrale (ovvero il governo federale dell’Unione indiana) può esercitare la propria giurisdizione sul caso.

La Corte ha disposto che i due marò siano trasferiti dal Kerala a Nuova Delhi – dove saranno sotto la tutela dell’ambasciata italiana – e saranno liberi di circolare per tutto il territorio indiano. Il trasferimento dei due marò nella capitale indiana, secondo le ultime notizie, dovrebbe già avvenire entro stasera.

Infine, il nodo più importante, la Corte suprema ha stabilito che il Chief Justice of India (il capo della Corte suprema) assieme al governo centrale indiano appunterà nei prossimi giorni una Corte speciale che dovrà prima di tutto decidere chi avrà la giurisdizione, se l’Italia o l’India, ed eventualmente, nel caso venga affidata all’India, procedere ad istruire il processo che vede accusati i due marò di omicidio.

L’avvocato Harish Salve, che guida la difesa dei due marò, si è detto “molto soddisfatto” della sentenza, che esclude definitivamente lo Stato del Kerala dalla questione legale.

In un comunicato ufficiale di palazzo Chigi, ripreso dall’agenzia di stampa Ansa, si legge:

“L’Alta Corte ha riconosciuto che i fatti avvennero in acque internazionali e che la giurisdizione non era della magistratura locale del Kerala. La decisione incoraggia l’ulteriore impegno già assicurato in questi mesi dalla Repubblica italiana. Il Governo prende atto che la valutazione sulla giurisdizione dovrà essere elaborata da un Tribunale speciale, non ancora costituito. Ed è fiducioso che la magistratura e le istituzioni federali indiane opereranno nel pieno rispetto delle leggi internazionali che riconoscono l’esclusiva giurisdizione dello ‘Stato di Bandiera’ sulle navi operanti in acque internazionali. Per il Governo italiano l’obbiettivo resta il rientro in Italia dei nostri due militari”.

Occorre però una precisazione: la Corte suprema non ha detto che i fatti avvennero in acque internazionali, bensì che “non avvennero in acque territoriali indiane”. Che sembra la stessa cosa, ma non lo è, vista la diatriba giuridica circa la “zona contigua”.

 Qualche precisazione :

In India le autorità del Kerala hanno inizialmente fatto montare il caso urlando e strepitando a mezzo stampa, decise ad imporre l’immagine di un governo locale forte ed al servizio della comunità contro le aggressioni dello straniero, rispolverando un vecchio sentimento anticoloniale mai del tutto sopito.

La nazionalità italiana dei due marò ha giocato un ruolo centrale: in India essere italiani significa essere ricondotti automaticamente a Sonia Gandhi (nata Antonia Maino) , la donna più potente della politica nazionale, dando adito a tutti i sospetti (leciti o illeciti) sull’ipotetica influenza della presidentessa dell’Indian National Congress sui rapporti tra India ed Italia. Influenza che, secondo gli osservatori più ragionevoli, è in questo caso totalmente inesistente.

Col passare del tempo i due marò sono sostanzialmente spariti dalla cronaca indiana, derubricati come un non-caso in attesa di risoluzione.
Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

  • In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio. L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo Tehelka, ha accusato i ministri della fede di “immischiarsi in un caso penale”, convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.
  • Inoltre, il 24 aprile, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giuridico. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di “una donazione”, di “un atto di generosità slegato dal processo”. Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hanno ritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa. Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori. Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda “va contro il sistema legale indiano, è inammissibile”.

In Italia, nel frattempo, la vicenda legale dei militari del Reggimento San Marco è andata via via sfocandosi verso toni conflittuali (difensori d’ufficio delle Forze armate da un lato, antimilitaristi dall’altro), alternando notizie parziali a notizie inventate.

A soffiare sul fuoco di un’opinione pubblica retrocessa a tifoseria poco e male informata ci ha pensato principalmente la redazione de Il Giornale, unica testata a mantenere una copertura costante (e di parte) sul caso. Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle “migliaia di lettere” che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.
Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

La replica piccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: “Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo”. Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che “testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò”, la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina “non ha e non vuole avere alcuna valenza politica”.

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India da polemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò (precedentemente dietro alle sbarre)  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese. Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che “i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro”.

I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, “dietro alle sbarre” non ci sono stati mai. Inoltre, è notizia dello scorso 25 ottobre, il Senato italiano ha approvato definitivamente un accordo stipulato tra il governo italiano e quello indiano che permette ai detenuti di entrambi i Paesi (18 italiani in India, 108 indiani in Italia) di scontare la pena carceraria nel proprio Paese. Una ratifica descritta come “un paracadute” per i due marò della quale però, ad oggi, sulla stampa indiana non si trova traccia.

Mentre si avvicina la fine dell’odissea giuridica, prevista con la sentenza della Corte Suprema di Delhi, rimane l’impressione che il caso Enrica Lexie sia stata una grande occasione persa per mostrare alla comunità internazionale un’Italia più matura. Un Paese in grado di affrontare un contenzioso con una potenza mondiale a testa alta e senza colpi bassi, rinunciando ai mezzucci diplomatici, alle “imprecisioni”, alle falsità ed al campanilismo da stadio che il resto del mondo si aspetta.

fonti:

Un ventennio difficile – Achille Funi.mp4-1

http://www.china-files.com/it/link/23034/india-quello-che-non-vi-hanno-detto-sul-caso-enrica-lexie

http://www.china-files.com/it/link/23029/india-il-caso-enrica-lexie

 

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