Djarah non va a Londra

djarah

di Rosario Dello Iacovo

«Sei mai stata a Londra?». Parte tutto da questa domanda di cui comprendo la stupidità un attimo dopo averla formulata, quando risponde ridendo: «Ho la cittadinanza ghanese, ma arò m’avvio?». Dice proprio così, alternando il napoletano all’italiano. Perché Djarah è nata a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, cresciuta a Castelvolturno, di assidue frequentazioni partenopee.

Djarah in realtà è un sacco di cose: ha poco più di vent’anni, è donna, è nera, studia scienze politiche all’Orientale di Napoli, ha un bellissimo blog, canta con una voce che mette soggezione («ma ho ancora molto da studiare» dice di sé), esprime con proprietà di linguaggio e lucidità, dei concetti in cui raramente mi capita di imbattermi – non solo fra i suoi coetanei – che riecheggiano con forza quelli di Malcolm X.

Ma Djarah, anche se nata e cresciuta come me e come voi in Italia, per legge non è italiana. Non ha ancora la cittadinanza, avendo intrapreso da poco il percorso che le permetterà di avere una carta d’identità in tasca. Diventare è un verbo paradossale per una persona che è già, non trovate? Pagare per quello che sei da sempre è intollerabile. Essere cittadino di un paese che non hai mai visto e non di quello in cui vivi è surreale.

Non è la prima volta che mi succede. La scorsa estate durante l’attacco a Gaza, gestendo la pagina Facebook dei 99 Posse, ho conosciuto sui social network moltissimi ragazzi, in maggioranza di origine magrebina o mediorientale, nella sua stessa condizione. Oppure altri che hanno la cittadinanza italiana perché l’hanno ottenuta i genitori, emigrati da tempo nel nostro paese. Altri ancora, cittadini italiani di origine straniera che emigrano nelle città europee a caccia di lavoro, come tanti connazionali dal cognome italiano in questi anni di cosiddetta crisi.

Una realtà che per motivi anagrafici non avevo percepito nel suo essere già qui e ora. Nelle scuole e nelle università italiane, nelle piazze del centro, sui muretti di periferia. Da allora, ogni volta che incrocio le loro storie penso alle parole di Grillo sullo Ius soli, al fatto che sarebbero altre le priorità degli italiani. Io invece credo che per Djarah e gli altri nella sua condizione, questa sia la priorità. E penso anche che farebbe bene il comico genovese a ricordarsi che il suo stesso movimento si è espresso contro il reato di clandestinità.

Di quel tizio padano che sta iniettando insane dosi di odio feroce, invece, non parlo nemmeno. Concordo con chi dice che a parlarne gli si fa fin troppa pubblicità, quando serve invece costruire ed estendere l’organizzazione di un’altra Italia. Quella solidale, quella che come tanti altri paesi europei non ha paura di essere bianca, nera, gialla, rosa o a pallini. Senza smettere di essere italiana, come l’Inghilterra non smette di essere inglese se mangia riso tandoori, cinese o cus cus.

È solo questo, l’antidoto a tempi che si stanno rivelando terribili. Dappertutto in Europa, con i cani, i muri, il filo spinato, i campi di reclusione, i manganelli, contro i disperati in fuga dalle nostre politiche, dal nostro sfruttamento, dalle nostre guerre a casa loro. Ci sono due idee che oggi si fronteggiano con ferocia nel nostro continente. Quella dell’accoglienza, dell’integrazione, della lotta alle politiche neoliberiste; contrapposta alle chiusure nazionalistiche che in certi paesi nordeuropei inizia a estendersi anche agli italiani e agli altri popoli della sponda nord del Mediterraneo.

Dall’esito di questo conflitto dipenderà la natura della nuova Europa. Una fortezza arroccata con forti disuguaglianze interne, sociali e geografiche fra classi e paesi; oppure lo scatto di reni verso una società nuova e migliore. Sono certo che tutte le Djarah di questo continente faranno la propria parte.

Come dovrà farla ognuno di noi.

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