L’inchiesta – Quinto, non uccidere … ma colpisci duro

La trasmissione L’inchiesta linkata dal sito RaiNews24


Il numero di vittime civili e militari nelle guerre è un costo molto alto, e spesso difficilmente sostenibile dagli eserciti e dagli stati che intraprendono iniziative militari.

Per questo, da diversi anni, si è molto sviluppato un ramo particolare della ricerca sugli armamenti. E’ quello che sperimenta armi che neutralizzano l’avversario ma senza ucciderlo: armi non letali.

L”È una nuova policy per le Forze Armate – spiega il colonnello Roberto De Maio, di Segredifesa -. Siamo impegnati in attività di Peace Support Operation, dove sempre più c’è questa necessità di avere nuovi strumenti tecnologici. Lo strumento tecnologico è quello che può fare la differenza”.

Secondo John B. Alexander, ex direttore del Los Alamos National Laboratories e autore del libro Future War: Non-Lethal Weapons in Twenty-First-Century Warfare, “Le armi non letali stanno diventando sempre più importanti, e sono destinate a giocare un ruolo chiave sia nelle operazioni contro il terrorismo che nei futuri conflitti in generale.”

Il catalogo delle armi non letali è oggi molto vasto: dai gas urticanti ai fucili a colla, dai proiettili di gomma alle reti che bloccano le automobili. Ma due sono le armi che stanno imponendosi nel mercato come le più efficaci ed anche le più controverse: il Taser, ed il Raggio del dolore.

Il Taser è una pistola che trasmette scosse elettriche da 25 mila volt, è già in dotazione alla polizia di alcuni stati americani e alla polizia inglese. Secondo l’azienda produttrice chi viene colpito da questa scarica sarà poi in grado di rialzarsi senza riportare conseguenze. Ma secondo Amnesty International i morti negli Stati Uniti, provocati dal taser, sarebbero stati 152 tra 2001 e il 2006.

L’Active Denial System, detto anche “il raggio del dolore” è un raggio di microonde irradiato da un grande riflettore, generalmente montato sopra un Humvee. Irradia un cono di 2 due metri di raggio fino a circa 1000 metri di distanza. Le microonde penetrano poche frazioni di millimetri sotto la pelle provocando una sensazione di forte bruciore.

Quello delle armi ad energia sembra il settore che, nella ricerca, attrae i maggiori investimenti, ma l’effettiva non-letalità di queste armi non è ancora appurata: gli effetti di un loro uso improprio, o l’utilizzo su soggetti più deboli, come donne incinte o bambini, potrebbero risultare letali.

“Non c’è nessun sistema che sia a prova di sadico – ammette Massimo Annati della Marina Italiana NAVARM -. Se qualcuno vuole utilizzarlo in modo sbagliato, qualsiasi sistema può provocare dei risultati non voluti”.

Sempre più spesso, nei filmati reperibili sul web, si vede come le armi non letali siano dispiegate in contesti urbani per il controllo dell’ordine pubblico e non in scenari di guerra per ridurre il numero di vittime nei conflitti: gli obiettivi di queste armi sembrano essere manifestanti e cortei, piuttosto che combattenti o soldati. Se così fosse, sarebbe l’espressione del dissenso ad essere uccisa e non i combattenti a sopravvivere e, in una guerra al terrorismo che viene condotta sulla base di sospetti, con rapimenti e sequestri illegali, la demarcazione tra espressione del dissenso e repressione dei fiancheggiatori sembra difficile da marcare.

Jurgen Altmann, esperto in tecnologia militare all’Università di Dortmund, mette in guardia sulle conseguenze di un uso inaccorto dell’Active Denial System, soprattutto alla luce del fatto che il modello fin qui sviluppato non è dotato di un dispositivo che ne limiti l’uso ripetuto: “Quando hanno condotto i test sugli esseri umani, hanno stabilito la regola secondo la quale l’operatore non poteva colpire la stessa persona prima che fossero passati 15 secondi, affinchè la pelle riscaldata di una persona colpita potesse nuovamente raffreddarsi (…). Probabilmente avranno le stesse regole anche in un contesto operativo, ma io credo che non sia abbastanza affidabile, perché si lascia l’obbedienza della regola alla discrezione dell’operatore”.

E aggiunge: “Nei test condotti sugli esseri umani c’erano a disposizione degli schermi metallici dietro i quali si poteva saltare quando il dolore diventava intollerabile, ma naturalmente in un contesto operativo questi schermi non ci sono e questo potrebbe essere un potenziale problema: dove scappare?”

 

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