AHMED

 

 

 

 

Riporto la nota del mio amico digitale Andrea


 

Caro Ahmed,

chissà dove sarai oggi. E, se ci sei, quanti anni avrai oggi?

All’epoca ne avevi sei di anni ma la memoria forse m’inganna.

Ti vidi la prima volta quella calda e secca mattina nel quartiere di HLM.

Ricordi? Arrivasti con Khadim da … non ricordo dove.

Piccolo, silenzioso, con un’aria triste.

Come può essere triste un bimbo di sei anni? Mi venne in mente l’erba e i fiori che crescono vicino ai binari del treno. Così mi sembravi.

Ricordo, quando mi parlarono di te dopo un pò di ore, tornando dalla preghiera di mezzogiorno.

Figlio di sua sorella, mi diceva Massourang. Eri il nipotino dicevo io … Lui sorrideva. E basta.

I tuoi erano in Francia a lavorare. Partiti dalla Cote D’Ivoire due anni prima lasciandoti con la tua nuova famiglia.

Nel mio immaginario vedevo la storia di un bimbo affidato agli zii con cui divide il tetto, la colazione, il pranzo, gli affanni, i problemi, i pianti, le gioie, i giochi a cui ogni bambino dovrebbe aver diritto.

Il nipotino …

I miei nipotini, ormai da patente, avevano 7 anni … come erano diversi da te.

Tu non vivevi la vita di un nipotino affidato agli zii materni.

Vivevi in una scuola coranica, dicevano.

Scuola coranica. Cosa facevi in una scuola coranica. A che giochi giocavi. Cosa studiavi. Anche io leggevo il Corano. Lo studiavo in un certo senso. Ma io ero grande … non capivo.

Ti attaccasti a me come un ombra. Io leggevo, e tu eri vicino. Scrivevo e tu in silenzio stavi con me.

Parlavi ormai al telefono con quella voce femminile che era diventata tua amica. Più  volte al giorno la salutavi con quei tuoi…”si”…”no” … si … ripetuti in wolof, in francese e in italiano, quando te lo insegnai.

Ricordi? Alla tua amica voce al telefono, che poi divenne Tina quando imparasti il suo nome, piaceva dire sempre…WOW Scritto WOW ma che suonava UAO!

Lei lo diceva spesso quando stava in viva voce con me e tu ridevi! Perchè in wolof “UAO” significa “Sì”.

Ricordo ancora quando mi chiedesti come mai la mia amica italiana sapesse il wolof.

Sempre con me. Al Magal. A Touba, a M’backè. Non ricordo un posto senza te attaccato come un appendice. Tutti parlavano di questo Toubab Italiano con il suo piccolo scuro amico.

Ricordo quando, sulla mia agenda, sfogliammo l’atlante geografico.

Mi chiedesti dove si trovava casa mia.

Aprii le due pagine. Ti mostrai l’Africa, il Senegal,

Dakar. “Vedi, noi siamo qui”.

Questa è L’Europa qui l’Italia …

Mi guardasti quasi perplesso quando parlai di Europa.

Sì, ti dissi, l’Italia si trova in Europa, uno dei continenti.

Te lo spiegai.

Allora “Questa è l’Africa, questa l’Europa, di qua l’America …” Improvviso il tuo “NO!” secco.

La testa che segnava inequivocabilmente il tuo rifiuto,come a dire che mi stavo sbagliando.

mi prendesti la penna, segnasti Africa, Europa, Italia.

e su america tre segni di cancellatura … come a dire …”NO”! è sbagliata questa carta.

Non capii al momento. Oh si certo oggi dopo tanti anni lo capisco benissimo. Facile oggi.

Ma quando lo compresi in quei giorni non potei fare a meno di rimanere esterrefatto di sentire da un bambino di 6 anni queste cose. Un paese con donne appariscenti,colorate, donne che facevano il filo agli uomini, donne che comandavano in famiglia. Un Islam “nero” lo chiamavano. Mouridismo per alcuni.

Un paese dove gli  insegnamenti che ti venivano dati davano un senso di disagio,una nota stonata in una bella melodia.

Ricordo il tuo viso serio all’improvviso quando mi chiedesti di  parlare con Tina e io ti spiegai che non c’era più. Era morta di dicevo, ti insegnai la parola in italiano e tu me lo chiedesti per due o tre giorni. Ogni mia telefonata tu mi tiravi per i pantaloni e mi dicevi : “morta?” e alla mia risposta tu, piegavi la testa seria e già da uomo. Senza lacrime tanto agognate forse, quanto proibite nel mondo in cui ti facevano vivere, al gioco a cui ti avevano iscritto.

Ricordo il giorno in cui ti accompagnammo con il fuoristrada di Khadim. Tu, con una valigia di pelle che aveva più anni di me.

Uscisti dalla stanza trascinandola da solo. La mollasti per correre da me, in un tuo unico cedimento alle regole del gioco. Ti aggrappasti alla mia coscia.

Ti sgridarono duramente in wolof.

Tu, a testa bassa, prendesti il bagaglio e ti avviasti all’uscita. Io ero sempre più sconcertato.

Arrivammo in quella strada polverosa, periferia metropolitana africana. Dove le case scrostate, sembravano disabitate.

Qualche uomo anziano seduto fuori.

Non scese nessuno. E io, rispettando come sempre quel mondo strano, restai in macchina.

Ti vidi scendere dallo sportello dietro.

Ed avviarti alla “scuola” coranica a testa bassa, trascinando quel tuo bagaglio. Così, da solo.

Ricordo che feci un paragone nei miei pensieri con i bambini della scuola sotto casa mia. Le mamme o i papà scendevano, aprivano la porta, portavano le cartelle dei figli.

Vero, come dissi sempre poi a chi me lo chiedeva. Vuoi che ti spieghi la differenza? Immagina di prendere uno Shuttle e partire per un altro pianeta. Poi tornare sulla Terra. Ecco, quello che sentiresti può assomigliare a questo.

Solo che quel pianeta è la Terra, e il mondo è fatto anche di bambini. Tantissimi giocano ridono piangono studiano.

Ahmed,studiava alla scuola coranica. Niente di male mi dicevo all’epoca. Ma quel cancellare con tre distinti e forti tratti di penna gli USA, mi aveva colpito..Aveva svegliato in me un senso di paura quasi. Paura per un mondo dove un bambino di sei anni poteva venir “massacrato” in questa maniera. Faceva a pugni,disagio,sconcerto,nella bellezza dei momenti della preghiera dove tutti per la strada si fermavano. Meccanici uscivano dalle officine, commercianti lasciavano le botteghe, le banche chiudevano.

E lì fermi in quel silenzio assoluto sentivo la presenza di un energia forte.Bello.

Davvero bello. Ma tutto questo faceva a pugni non poco con quello che avevo visto e sentito da te piccolo Ahmed.

Lo sai che dopo ho voluto scommettere su delle cose lì da te. Ho sognato un altro tipo di scuola,ho voluto. Sognato, tanto. Lottato forse troppo poco, perso. Tornato.

Gli anni son passati.

Il giorno dopo la tua partenza per la “scuola” io partii per l’Europa.

Il viaggio fino a Parigi fu un miscuglio di pensieri, di sensazioni.

A Parigi, mentre aspettavo il volo per Venezia, tirai fuori dalla borsa il taccuino nero.

E riguardai quella cartina.

Non è possibile,mi dicevo, dove può portarci tutto questo.

Cosa sta succedendo. Anche da noi fanno il lavaggio del cervello magari più subdolamente o magari stanno cominciando,non so! Non ci riuscivo. Ricordo benissimo quella sensazione di impotenza, triste.

Nel taxi che stava riportandomi dalla mia famiglia, con gioia dopo più di un mese, sentii quella notizia.

Non si capiva al momento cosa potesse esser successo.

Pagai, scesi.

Mi sciolsi in un abbraccio con i miei cari interrotto dalla figlia di mia moglie che mi disse: “Vieni a vedere alla tv cosa sta succedendo”

Mollai i bagagli. Andai. Vidi. Capii. O forse no.

Quanti anni hai Ahmed ora? 15 .. 16 ..?

Non so’ dove tu sia. Fai parte di un’altra mia vita.

Stamattina ho in mano quell’agenda e sto guardando la cartina. Pensa Ahmed, ho ancora quella penna. Stranissimo per me, quasi impossibile. Ma è un ricordo. Come quest’agenda.

Sì, perchè mi chiedevo stamattina quando è che è iniziato il tutto.

L’inizio di una guerra si sà, diceva Marco Paolini. Ma quando iniziò la vigilia della guerra? Questo si perde nei ricordi.

Non si trova, devi cercare, cercare.

Io non ho voglia di cercare ora. Ho fatto pace con il passato.

Ma sono sempre più convinto che i bambini sono l’unica speranza.

E se li ingoiamo, li digeriamo, e li espelliamo come un semplice nutrimento …

Allora,

la speranza non c’è più.

Ciao Ahmed.

Una abbraccio. Dovunque tu sia.

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