Ragazzine doccia

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Ho un mattoncino di porfido dentro la scarpa. Nemmeno tanto tempo fa, una lettrice mi scrisse che se le sue figlie e le sue nipoti avessero avuto un “uomo” come b., lei sarebbe stata felice. Se non ricordo male, scrisse anche “magari!”

Il mattoncino me lo voglio levare, anche se so che cadrà qua accanto a me, senza far danno alcuno.

Perché da giorni scivola l’onda dell’indignazione e della vergogna, leggendo pagine e pagine di cronache rosa/nere, sulle piccole puttane che non vedono l’ora di crescere, prostituendosi al ricco viscido, che pazienza se fa schifo.

Pecunia non olet.

Un’onda che si allarga e che va da Roma a Milano, da Milano a L’Aquila. E i giornali titolano: “le ragazzine doccia”, “le baby squillo dei Parioli”, indugiando sui particolari più scabrosi della vicenda, come ho sentito in una tv, ossia lo squallore di una stanza disadorna, nella quale c’era solo un letto e un divanetto. Sic! Come a dire che se almeno ci fosse stato un arazzo, un candelabro in oro e qualche uovo di Fabergé sarebbe stato quasi accettabile. Molte domande e molte risposte si sono succedute alla pubblicazione della storiaccia, quelle retoriche che la coscienza impone per esser tacitata. La domanda che non ho letto, e che da madre mi pongo, è: “Cosa abbiamo insegnato ai nostri figli?”

Che per aver la vita facile non è più  importante sapere, ma saper fare. Avere un corpo devastato dalla plastica, gonfio laddove deve essere gonfio per non passare inosservato, che non è importante quel che dici, ma come lo dici divaricando le gambe, sporgendo in avanti il seno che pare sfidare la forza di gravità. Che il successo può essere anche finire sui giornali con un appellativo qualunque che un domani, uso e riuso, finirà per diventare lemma da dizionario. Come veline, o olgettine, o uno qualunque di questi coniati nell’ultimo ventennio di imbarbarimento italiota.

A tutte quelle madri che in questi giorni hanno guardato le proprie figlie domandandosi di loro, vorrei ricordare le infinite volte che hanno detto o pensato, che in fondo in casa propria ognuno poteva fare quel che voleva, e che non c’era scandalo nel partecipare ad una cena “elegante” dove il vecchio eunuco celebrava il mito di Priapo.

Eppure da madri e da donne, lottiamo per le madri e per le donne, per i figli che si faranno persone.

Ci si scandalizza oggi perché a 14 anni ci si prostituisce per le borse griffate e per la cocaina, ma in vero poco scandalo ha suscitato “l’uomo” che le bambine le paga per la sua depravazione. Perché ormai anche essere depravati non è una novità. Ne abbiamo uno che ancora promette la nostra salvezza, di guidare un popolo, perché sarà pure un vecchio maniaco e debosciato, ma la politica è un’altra cosa. E poi l’uomo è uomo, e i suoi soldi li spende come vuole.

È ragionando proprio in questi termini, o meglio, è perché a un certo punto delle nostre esistenze si è smesso di ragionare, che i nostri figli hanno smesso di imparare. Hanno semplicemente assimilato ciò che noi non abbiamo impedito. “Sei per ciò che hai, diventerai per ciò che riuscirai ad avere”, questo oggi pare essere l’insegnamento principe; e allora non ci resta che sperare di essere riuscite – come donne e come madri – a dare l’esempio, più che ad insegnare, che magari non si possiede nulla in più del necessario, ma si è, anche solo quando si è semplicemente amati.

E la cosa più terribile, preoccupante e dolorosa che ho letto questi giorni, è stato proprio il commento di una madre: “Per fortuna ho solo figli maschi.” Magari spera.

Un giorno i suoi figli si faranno uomini.

Di quelli che pagheranno le bambine, orgogliosi d’essere arrivati.

Rita Pani (APOLIDE)

P.S.: per chi avesse voglia di leggere, segnalo: http://r-esistenza-settimanale.blogspot.it/2010/11/studia-figlia-mia.html

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