NOI, ITALIANI RAZZISTI! RIUSCIAMO ADDIRITTURA A NON VERGOGNARCI





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Italiani sempre sul piede di guerra nei confronti di stranieri che emigrano verso il Bel Paese, italiani sempre pronti a scagliare la prima pietra nei confronti del “diverso”.

Questa è la descrizione dell’italiano medio oggi! Triste notizia poiché siamo nel 2013 e non durante il ventennio fascista. Forse in quel periodo si poteva accettare (accettare per modo di dire!) una descrizione del genere ma oggi NO.

Non dovrebbero esserci Mass Media che fomentano l’odio nei confronti dello straniero come allora, non dovrebbero esserci partiti che su questo tema fondano la propria politica (interna e non), non dovrebbero esserci “tifosi” che vanno a sfogare la frustrazione accumulata durante una settimana contro un giocatore con un colore della pelle diverso dalla loro: invece è sempre la stessa storia.

Il lunedì tutti i titoli dei giornali parlano di un calciatore X fischiato e/o deriso, di un leghista che paragona un ministro della Repubblica a qualche animale, uno straniero Y che ha rubato, guidato ubriaco, violentato etc.

Bisogna ricordare a tutti i nostri cari concittadini moralisti, che oggi accogliamo gli immigrati nel nostro Paese e siamo diventati un Paese di immigrazione, ma fino a “ieri” eravamo un Paese di emigrazione; i nostri predecessori sono andati in quei Paesi sparsi per il mondo in condizioni durissime, molti di loro sono riusciti a trovare umili lavori e costruirsi una vita partendo da zero, altri hanno esportato il nostro cancro, chiamato “mafia”, in giro per il globo.

Non si vuole giustificare assolutamente chi viene in Italia per delinquere o cose simili, bensì si cerca di spiegare che non è concepibile generalizzare su un fenomeno di questa portata e non si può tagliare corto e affermare “sono tutti uguali”.

Tanti, troppi, gli episodi di razzismo che ogni giorno affliggono il nostro paese, molti dei quali non fanno neanche più notizia poichè sembra essere diventata la normalità.

Come riusciamo ad accettare tutto questo? Semplice, facendo quello che ci riesce meglio: restando indifferenti (da buoni italiani siamo abituati ad adattarci a tutto).

Non posso riportare in questo scritto tutti gli episodi xenofobi che avvengono quotidianamente, ma mi limiterò a parlare, con indignazione, di alcuni casi specifici cui ho avuto la sfortuna di assistere, mio malgrado:

Cervia 26 luglio 2013: Il Ministro della Repubblica Cecile Kyenge è ospite alla festa democratica del PD. La ridente cittadina romagnola si dimostra un Paese incivile e razzista a causa di alcuni “manifestanti” ignoti che hanno la brillante idea di lanciare delle banane in prossimità del palco da dove stava conferendo il Ministro, dandosi in seguito alla macchia.

In quel preciso momento, cioè quando si realizza nella propria testa che un gesto simile è stato fatto sul serio, io, come credo moltissimi presenti, ho provato una grande vergogna e mi è ritornata in mente quella vecchia canzone di un certo Giorgio Gaber, “Io non mi sento italiano”.

Come si fa a odiare una persona solo per il colore della pelle o per le idee che riguardano la politica d’integrazione? In un paese civile non dovrebbero essere il dibattito e il confronto l’unico mezzo per “attaccare” una persona? NO. In Italia no.

Non solo bisogna offendere il “diverso” (che poi bisogna ancora capire, diverso da chi?), bisogna anche umiliarlo e deriderlo, perché noi, italiani moralisti e perbenisti, siamo superiori. La Reazione del Ministro Kyenge è stata molto composta e educata (cerchiamo di imparare qualcosa) riuscendo addirittura ad ironizzare su un simile gesto.

Questo episodio, che potrebbe sembrare infantile e insignificante, è invece sintomo del malessere di una fetta di italiani; ma perché attribuire tutte le colpe allo straniero? Perché non si riesce a cogliere il lato positivo dell’integrazione?

Viviamo nel XXI secolo, viaggiamo, studiamo, ci documentiamo, potremmo imparare molto da persone che hanno idee diverse dalle nostre, che affrontano la vita in modo diverso, invece ci limitiamo a insultare e trattarli con superficialità, pensando di essere superiori.

Ed è proprio a proposito della “nostra superiorità”, non posso fare a meno di ricordare ciò che è accaduto ad un mio caro amico marocchino nel settembre scorso. La location è sempre Cervia (RA): mentre si consumava tranquillamente al bar una sera di fine estate, un “italiano medio”, dopo qualche bicchiere di troppo inizia a far prevalere la sua presunta superiorità nei confronti dello straniero.

Io, pur avendo assistito a tutta la scena, ripensandoci oggi, ancora non riesco a capire qual è stato il motivo di tanta veemenza, arroganza, addirittura crudeltà nei confronti di una persona. Motivo ufficiale?: “Sei marocchino!”, “torna in Marocco”.

Andrebbe spiegato a quell’italiano medio che stava insultando una persona con regolare permesso di soggiorno, un lavoratore dipendente, una persona che paga le tasse da venticinque anni in Italia, che non ha NULLA di diverso da tutti gli altri, se non la sua origine.

Ho provato molta vergogna. “Noi italiani non siamo tutti così..”, queste le uniche parole che sono riuscito a dire. La cosa peggiore, la più triste, è stata la sua risposta, cioè di essersi abituato a tutto ciò.

Ribelliamoci, dimostriamo a lui e a tutti gli altri stranieri residenti in Italia che non li vediamo come una minaccia bensì come una possibilità di sviluppo e crescita sia culturale che sociale.

Come facciamo a definirci Paese sviluppato altrimenti?

Come pretendiamo di andare in altri paesi in “missione di Pace” a portare la democrazia se noi siamo ancora così indietro?

Eppure volare si può

Donato Savria




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