Niente di nuovo





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Nel 2001, alla vigilia dell’invasione dell’Afghanistan, l’avevamo detto: la guerra non porta la pace. I diritti non si costruiscono con le bombe. La “guerra al terrorismo” aumenterà il terrorismo, perché è questo che fa la violenza: alimenta altra violenza.

Oggi siamo alla vigilia del ritiro delle truppe e, in Afghanistan, i nostri Centri chirurgici per vittime di guerra sono sempre pieni. Ogni anno aumentano i feriti. Un terzo sono sempre bambini. Non sappiamo cosa succederà quando i soldati stranieri si saranno ritirati. Dov’è tutta quella pace, dove sono tutti quei diritti in nome dei quali si sono giustificati tredici anni di guerra? Nel Pronto soccorso dei nostri ospedali, nei registri delle ammissioni, nelle sale operatorie sempre piene non vediamo pace. Non vediamo diritti.

Nel 2003, alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, lo avevamo detto: la guerra non porta la pace. I diritti non si costruiscono con le bombe. La violenza alimenterà altra violenza: funziona così.

Oggi, undici anni dopo l’invasione, che cosa vediamo in Iraq? Ancora morti, feriti. Ancora attentati, sparatorie. Ancora sfollati, a centinaia di migliaia. Dov’è tutta quella pace, tutta quella democrazia che l’invasione e la guerra dovevano portare? Sulle facce dei profughi non vediamo democrazia, non vediamo pace. Solo dolore e paura. Non sappiamo cosa succederà in Iraq nelle prossime settimane.

Ma sappiamo che, purtroppo, avevamo ragione anche su questo. Non è una grande consolazione aver avuto ragione. Non c’è consolazione possibile davanti a tutto questo. È molto triste doversi trovare a ripetere, da anni e anni, le stesse cose. Cose semplici, cose che risultano ovvie a chiunque abbia il coraggio di guardare in faccia la guerra.

Banalità: come il fatto che la guerra non risolve i problemi, ne genera di nuovi. Che non c’è pace senza giustizia. Che la guerra significa grandi affari per pochi e miseria infinita per tutti gli altri. Che tra i vincitori e tra i vinti è sempre la povera gente a fare la fame. Guardiamoci attorno: dall’Afghanistan alla Libia, dall’Iraq alla Somalia, esiste una guerra che abbia prodotto pace e giustizia? Eppure, c’è ancora chi lo sostiene. A chi toccherà la prossima volta? Qual è il nome del prossimo Paese in cui, qualcuno ci dirà, dobbiamo andare a portare pace e democrazia a colpi di fucile? Non lo sappiamo. Sappiamo che succederà. Per questo non possiamo, non ancora, smettere di ripetere le nostre ovvietà. Le nostre banalità.

Cecilia Strada




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