Nel paese dei Mamozi





conformismo

Quando io blatero contro il conformismo imperante, strillo contro la letteratura in mano alle sciampiste, l’economia in mano agli analfabeti, la musica in mano alle cape di cazzo, la politica appannaggio dei mediocri, molti tra voi scuotono la testa, come a dire eccolo là, è partito di capoccia. Ora, non mi piace darmi ragione, se non per modestia quanto per buona educazione (non si fa, non è elegante), ma quello che è successo ieri in parlamento mi conferma ancora una volta che avevo ragione io.

Potremmo star qui a parlare del deputato che schiaffeggia una signora, e, seppur ripreso dalle telecamere, nega di averlo fatto, come uno juventino qualsiasi che si accascia, solo soletto, nell’area di rigore avversaria. O dei cosiddetti deputati di sinistra che dopo aver regalato alcuni miliardi ai banchieri, escono dall’aula svergognando una canzone partigiana (che da oggi nessuno che abbia fatto la terza elementare potrà più cantare a cuor leggero); o del deputato che ripete senza vergogna lo slogan più cretino dell’universo (boia chi molla), o anche di chi accusa altri di insozzare le istituzioni e poi applica una ghigliottina tanto inutile quanto risibile. Potremmo parlarne eccome, ma onestamente non me ne frega poi tanto, e poi qualcuno l’ha già detto molto meglio di me.

Voglio invece dire due cose differenti. La prima è: era ovvio, me l’aspettavo, e ve l’avevo pure detto quelle centomila volte, mentre eravate impegnati a scuotere la testa e brandire stupidaggini sui social network. La seconda è: questo è solo l’inizio. Da questo momento in poi le cose non potranno che peggiorare, e il peggioramento sarà rapido e violento. Dice, ma cosa c’entra quello che è successo ieri con le tue intemerate sul degrado della cultura italiana? C’entra eccome, perché, come diceva Totò, da cosa nasce cosa. Perdendo la cultura, regalandola alle vrenzole, avete perso ogni forma di contatto con la realtà, e soprattutto avete perso i tabù sui quali si dovrebbe fondare ogni società civile. Se non siete capaci di riconoscere che il posto di una sciampista non è a capo di un teatro, o di una collana editoriale, non sarete capaci di riconoscere che un parlamentare , per quattro soldi che gli pisciano in mano i padroni, sta regalando un intero paese a quattro banchieri troppo incapaci per guadagnare facendo i banchieri e riciclandosi in banksters. E i tabù, diranno quelli di voi che votano Pd, cosa c’entrano i tabù? Anche quelli c’entrano, perché un tabù, a meno che non lo si dia in mano ai preti, può essere una cosa civilissima. Non chiavarsi i bambini, tanto per fare un esempio, è un ottimo esempio di tabù buono, anzi ottimo. E il tabù implica anche che non sia concesso discutere se sia lecito o meno farlo: non lo fai e basta, pezzo di merda, e nemmeno ti lascio esporre le tue ragioni: non mi interessano le ragioni di chi si vuole chiavare i criaturi. E non mi fregherai chiamandolo, che so, incondizionato amore per la sessualità infantile, non ti lascerò citare Freud: ti verrò a prendere sotto casa e ti romperò la testa.

Così, se, mettiamo un’azienda proponesse di abbassare lo stipendio degli operai da 1400 a 800 euro se no se ne vanno a sfruttare i poveri di un altro paese, una nazione di persone perbene, che conosce il significato delle parole, dove l’azienda dice necessità di ristrutturazione, capirebbe subito che significa ricatto, e direbbe vattene affanculo dove cazzo ti pare, ma da domani ti scateno una campagna  contro talmente violenta che, qualsiasi cosa tu produca, qui da noi non venderai più un pezzo che è uno. E invece questo paese, di fronte alla parola ricatto, capisce subito necessità di ristrutturazione, e comincia  a blandire e a supplicare i ricattatori.

E’ ovvio, non poteva essere altrimenti. Uno che legge un premio Strega e lo chiama scrittore, guarda X factor e lo chiama rock, è ovvio che chiami onorevole uno che regala i tuoi soldi alle banche.

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