Un eroe di coraggio e di libertà mentale





Sono scoppiato a piangere come un idiota, guardando il video delle violenze che una delle due orribili maestre di Pistoia infliggeva a una bimba di meno di un anno.

Ma non tanto per le sevizie (schiaffi, un oggetto sbattuto per terrorizzarla, braccino torto, capelli tirati, testa rovesciata all’indietro per ingozzarla, poi il corpicino sollevato di peso per un braccio, portato via con una brutalità che farebbe orrore perfino se la vittima fosse un cane).

No, le lacrime mi sono uscite alla scena incredibile del bambino che si alza fra gli altri, spaventati, sgomenti, seduti con quegli occhi dilatati in cerca di senso… il bambino che si alza e si avvicina alla piccola, la accarezza, la conforta sotto gli occhi stessi della sua aguzzina.

Qualcuno deve dare un nome a questo piccolo eroe!

Devono dirci qual è il suo nome, perché possiamo ripeterlo fra noi e ricordarlo, e augurargli felicità per tutta la vita. Voglio sapere come si chiamano i suoi genitori, stringere le loro mani, abbracciarli!

Guardate che non soltanto il bambino affronta il rischio di prenderle anche lui (e non a caso è l’unico ad avere un gesto d’amore per la piccola vittima). No, lui per fare questo gesto così nobile e spontaneo ha dovuto vincere una battaglia interiore contro la voce vigliacca che gli diceva:
“Ma lascia perdere, lascia stare, la maestra ha ragione, non vedi come rompe le scatole ‘sta bambina? Non senti come strilla? Non vedi che schifo, come si sbrodola? Dategliele, che le merita! Ancora un ceffone! Ancora!”

Gli psicologi dell’età evolutiva ci insegnano che i bambini sotto i dieci anni (e pure più grandi, e pure noi adulti, noi vigliacchi, noi silenziosi) tendono a non essere solidali con le vittime di una violenza, perché l’educazione che ricevono li porta a giudicarla colpevole.

L’idea che la violenza degli adulti possa essere immotivata è così terribile che il bambino se ne difende pensando sempre che ci sia una buona ragione per le botte che volano, per le urla, le punizioni. Per esempio, nello studio sulle conseguenze della violenza sessuale si sta ponendo sempre più attenzione su quelle che vengono chiamate “vittime secondarie”, ossia i familiari della donna stuprata e il suo partner; e si è notato che uno dei problemi maggiori da superare è la ricostruzione di un’esatta valutazione di ciò che è avvenuto da parte di eventuali fratellini o figli della vittima, che sono portati a difendersi dallo shock attribuendole delle colpe per le quali è stata “giustamente” punita.

E, ripeto, questo vale anche per noi adulti: quante volte giriamo la testa dall’altra parte, quante volte alziamo le spalle? Quanti hanno pensato, come quel Giovanardi, che tutto sommato Cucchi se l’è meritato, quello che gli è capitato? Che noi e i nostri figli non rischiamo niente di simile, perché grazie a dio non siamo tossicomani?

E’ così facile fregarsene!

E’ così a portata di mano, sempre, il pensiero semplice che ci suggerisce di starcene tranquilli al calduccio, con il muso affondato nella nostra ciotola, tanto a noi non toccherà mai, noi siamo in salvo, noi siamo a posto.

Per questo quel bambino è un eroe di coraggio, di libertà mentale, di forza di carattere, e ci dà una lezione indimenticabile. A me per primo, che mi credo tanto coraggioso e sono vile come tutti, sono pigro come tutti.

Grazie a te, piccolo amico. Come ti chiami? Grazie a tuo padre e a tua madre, che ti hanno insegnato la dignità. L’umanità umiliata dalle violenze di quelle due merde schifose rialza la testa e ritrova se stessa, ritrova la sua grandezza, per il tuo piccolo gesto.

Grazie, grazie!!

Raul Montanari

Volevo segnalarvi anche l’autodenuncia che Montanari fa della sua infanzia, una storia strappalacrime, se non fosse che la racconta con l’enfasi di chi deve denunciare qualcosa, ma senza rancore, quasi a spiegare il perché. Grazie Sig, Montanari, la sua storia sarà un monito per noi.

 
 
Per chi volesse visionare il video, AVVISO IMMAGINI SHOCH, può scaricarlo da qui.
 

 




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Pensi solo a quella cosa li, Ti addormenti, quando ce la fai, e ti risvegli con quel chiodo fisso, praticamente un incubo.

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