Nucleare, addio infinito





 Scorie fino al 2035

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Temo che la stima dei volumi sia molto al ribasso, solo la centrale di Trino Vercellese ha prodotto oltre 200mila tonnellate di scorie radioattive … per non parlare del deposito di scorie di Saluggia. Interessante la “relazione di sintesi”  del Politecnico di Torino del luglio 2007, ove si evidenziano i volumi citati.

 

Nel libro dei sogni l’operazione si chiama “prato verde”.
E il sogno è fare di ogni sito nucleare italiano un bel praticello, mettendo la parola fine all’avventura italiana partita nel 1963, troncata dal referendum dell’87 e definitivamente sepolta nel 1990. Incaricata di questa riconversione bucolica è la Sogin, azienda al cento per cento del ministero dell’Economia, ai cui vertici, come amministratore delegato, è arrivato il genovese Riccardo Casale, ex presidente di Amiu.

Il problema è che,
a distanza di quasi un quarto di secolo, l’Italia non si è ancora liberata del tutto di quel passato. Tanto che nel 2012 un decreto, “accelerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari”, fa comprendere che bisogna fare in fretta, più in fretta. Viaggi e trasporti si fanno più frequenti. Anche se tutto il programma costa, e non poco. Fino al 2012 Sogin ha già speso 2,1 miliardi. Per arrivare al filo di lana ne servono altri 3,8.

Poi c’è da realizzare il deposito unico nazionale dei rifiuti nucleari.
Se ne discute da anni ed è ancora una mera ipotesi. Se ne sa già il prezzo, tra i 700 milioni e il miliardo, esiste un progetto, non si sa dove collocarlo. Sogin attende da Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e dal ministero dell’Ambiente i criteri per la sua localizzazione. Poi ci sarà da seguire un iter per ottenere «la massima condivisione» dai territori candidati e c’è da giurare che non sarà facile.

Ma Casale giura massima trasparenza in tutte le fasi e assicura:
«Per chi lo accoglierà, sarà un affare d’oro». I precedenti lasciano mal presagire. Dieci anni fa i cittadini di Scanzano Jonico alzarono le barricate contro un progetto del genere: uno scavo fino a 700 metri di profondità. Non se ne fece nulla e il cammino riprese da capo.

Nel frattempo i materiali nucleari se ne vanno all’estero.
Si stima che in Italia ci siano novantamila metri cubi di rifiuti: non tutti provenienti dall’esperienza delle centrali italiane, ma anche da altre attività come quelle mediche-radiologiche. Non tutte hanno lo stesso grado di “attività”, come dicono gli esperti. Quelle davvero hard, il cui carico decadrà in migliaia di anni, sono 15 mila. Sogin sostiene che sono il 2 per cento rispetto alla massa iniziale.

Il problema è che poi,
dopo esser state processate e “depotenziate” all’estero, a Sellafield in Inghilterra e a La Hague in Francia, dovranno tornare a casa. Nel 2019 le prime, nel quinquennio successivo le seconde. E il problema successivo sarà dove collocarle. Bisognerà costruire un deposito che duri almeno due secoli per le scorie a bassa e media attività; quelle ad alta saranno custodite solo per il tempo di raggiungere un super deposito europeo. Ma anche di questo non esiste traccia. Nel frattempo Inghilterra e Francia tracheggiano. Con i buoni auspici delle diplomazie, e pagando qualche penale, i tempi di rientro delle scorie potrebbero allungarsi.

Per i due Paesi è un buon affare,
perché possono tenere per sé plutonio e uranio ancora utilizzabili, anche se il controllo dell’Euratom (la Comunità europea dell’energia atomica ) è scrupolosissimo e il divieto di uso militare rigoroso.

Conclusione:
le stime dicono che tutto il nucleare sarà sparito, o ingoiato dal maxi deposito, verso il 2025. Tutto, tranne la centrale di Latina, per la quale la lavorazione sarà ancora più complessa e i residui delle lavorazione più pericolosi.

In quel caso,
conferma Sogin, non sarà possibile procedere se il deposito nazionale non sarà già in attività. E si parla di altri dieci anni. Nel 2035 sarà passato quasi mezzo secolo dalla fine dell’avventura nucleare italiana.

Va meglio nella vicina Bosco Marengo,
nell’alessandrino. L’impianto Fabbricazioni Nucleari è entrato in funzione nel 1973: in quell’anno Agip Nucleare ha fatto il suo ingresso nella società. Ha prodotto gli elementi di combustibile per centrali nucleari in Italia e all’estero. La sua definitiva sistemazione è prevista per il 2022 e sarà il primo sito, nei programmi, a tornare alla sua verdeggiante origine.

Mentre si è chiuso l’anno scorso,
assicurano gli esperti, il Global Threat Reduction Initiative, il rientro dei materiali Usa in patria, operazione gestita dall’Italia in collaborazione con l’Nnsa (National nuclear security administration), una costola del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Operazione conclusa definitivamente? Quando il segreto è stato violato, com’è accaduto nell’estate scorsa, il trasporto verso gli Usa di un chilo di uranio ad alto arricchimento dalla base di Rotondella è divenuto per la popolazione di Matera un caso di enorme preoccupazione, in un’operazione per molti versi dalle caratteristiche analoghe a quella avvenuta alla Spezia nella notte di lunedì.

Qual è la situazione a oggi in Italia?
Ognuno degli otto punti sensibili ha un suo sito di stoccaggio. I rifiuti radioattivi ad alta attività che comportano più problemi sono le barre di combustibile nucleare esaurito. In passato state prodotte nelle centrali di Latina, del Garigliano, di Trino Vercellese e di Caorso. Parte del combustibile è ancora presso le centrali o è stato trasferito verso altri impianti: Saluggia in provincia di Vercelli, Rotondella, Casaccia vicino alla capitale. L’happy end dell’operazione “prato verde” non è ancora dietro l’angolo.

fonte : http://www.themeditelegraph.it/it/2014/03/08/nucleare-addio-infinito-T7HjkrhWtCBGfD326kWYrK/index.html




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