Scorie nucleari, si cambia paradigma?





NAPOLI. I dati noti dell’equazione sono quattro.

Primo: gli Stati Uniti hanno una grande quantità di rifiuti nucleari da smaltire, anche ad alta intensità e con centinaia di milioni di anni di attività davanti a sé.

Secondo: il Presidente Obama ha deciso di sospendere l’unica soluzione in campo per risolvere “in modo definitivo” il problema dei rifiuti ad alta intensità: collocarli per sempre nel “deposito geologico” della Yucca Mountain, nel Nevada.

Terzo: il medesimo Presidente Obama ha deciso che, per cambiare “paradigma energetico” e uscire dall’era dei combustibili fossili, il nucleare deve avere un futuro negli Stati Uniti d’America.

Quarto: anche se gli sforzi principali di ricerca saranno indirizzati verso la cosiddetta “IV generazione” di reattori, che producono poche scorie, e anche se questa “IV generazione” si svilupperà secondo gli scenari più ottimistici, sarà l’attuale generazione di centrali (ce ne sono oltre cento attive) a produrre per tutto il XXI secolo la maggior parte dell’energia nucleare Usa.

Questa equazione ha un’incognita: come smaltire i rifiuti nucleari ad alta intensità accumulati in passato e quelli che verranno inevitabilmente prodotti in futuro?

Non c’è nulla di meglio per risolvere un’equazione matematica che chiamare “quelli di Boston”: gli esperti del Massachusetts Institute of Technology (MIT). E infatti “quelli di Boston” – al secolo, gli scienziati e i tecnici del gruppo della MIT Energy Initiative diretto da Ernie Moniz – hanno offerto una soluzione al problema. Per certi versi spiazzante.

La proposta è contenuta nel rapporto The Future of the Nuclear Fuel Cycle reso pubblico a metà settembre. Ed è molto semplice, nella sua radicalità. Prendiamo atto che al momento non esiste un sistema economico ed efficiente di smaltimento per distruzione delle scorie nucleari. Prendiamo atto che la soluzione considerata da tutti come quella “definitiva”, il confinamento sottoterra, in un sito geologico capace di assicurare una stabile protezione per centinaia di migliaia di anni, si è rivelata nei fatti impraticabile in tutti i paesi del mondo. Prendiamo atto che nessuno ha un’alternativa “definitiva”. Facciamo sfoggio ancora una volta del nostro proverbiale “ottimismo tecnologico”, ovvero che in futuro i nostri figli e nipoti troveranno la soluzione che noi oggi ancora non abbiamo. E andiamo avanti per un altro secolo con una soluzione “provvisoria”: manteniamo le scorie nucleari in depositi di superficie per almeno un altro secolo, in attesa che “quelli di Boston” o chi per loro, nel XXII secolo, trovino la soluzione tecnologica definitiva della nostra equazione.

In definitiva, quella che propone la MIT Energy Initiative è un autentico cambiamento di paradigma culturale. Finora si è detto: il rischio scorie nucleari non esiste, perché abbiamo una soluzione definitiva, il deposito geologico. Da oggi, sostengono “quelli di Boston” occorre dire: riconosciamo che il rischio scorie esiste. Riconosciamo i nostri limiti nel gestirlo. Conviviamo con le scorie nucleari che non sappiamo come trattare. Certi che in futuro una soluzione affidabile sarà trovata.

Questo nuovo paradigma sarà ampiamente discusso negli Stati Uniti. Non fosse altro perché Ernie Moniz, il direttore del MIT Energy Initiative e co-curatore del rapporto The Future of the Nuclear Fuel Cycle, è anche membro della Blue Ribbon Commission on America’s Nuclear Future nominata lo scorso gennaio dal Department of Energy per mettere a punto una revisione organica delle politiche di gestione del combustibile nucleare e delle scorie.

E arriverà anche in Europa. E infine in Italia. Qui da noi la Sogin, la società controllata dal Ministero del Tesoro e chiamata dal governo di Roma a risolvere l’equazione di cui sopra, ha appena elaborato, a quanto pare, una mappa dei 52 possibili candidati a “sito geologico definitivo”. È stato un lavoro inutile?




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